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Parrocchia di
S.Stefano Protomartire

in Malcesine

I Nostri Gruppi

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Caritas

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Confraternita ss. Sacramento

La Confraternita del SS. Sacramento

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Gruppo Preghiera P. Pio

l Gruppo di Preghiera P. Pio San Michele di Malcesine è stato fondato nel 2024 e si riunisce ogni ultimo sabato del mese nella chiesa parrocchiale alle ore 17:00. dopo l'esposizione eucaristica viene recitato il s. Rosario con delle meditazioni tratte dall'epistolario di P. Pio. segue una profonda catechesi sulla spiritualità del Santo per concludere con la benedizione eucaristica. alle 18:30 viene celebrata la s. Messa e al termine il parroco tiene la preghiera di Liberazione, Guarigione e consolazione con la benedizione dei sacramentali.

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Ministranti

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Catechismo

il catechismo per le classi delle Elementari e delle Medie si tiene il venerdì alle ore 16:30. ritrovo in chiesa per una breve preghiera insieme.

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Noi Malcesine

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IL NOI NELL’ORATORIO DI MALCESINE

CHI SIAMO

Siamo una Associazione di Promozione Sociale a servizio delle comunità parrocchiali e perseguiamo finalità di solidarietà civile, culturale e sociale volte alla promozione dell’aggregazione, in particolare delle giovani generazioni. Attraverso la rete, formata da Oratori e Circoli presenti sul territorio nazionale promuoviamo e sosteniamo esperienze significative di crescita umana ponendo l’attenzione alle fasce sociali più deboli.

ORATORIO

L’oratorio è un luogo fisico di aggregazione e formazione cristiana, fatta da coloro che si mettono a servizio della comunità per l’educazione delle nuove generazioni e la crescita della comunità intera. Oratorio è intenzionalità educativa, è vivere il cortile, è progettare. In particolare a Malcesine la parrocchia a stipulato un comodato di uso gratuito dell’Oratorio. La parrocchia si impegna a pagare le utenze e sostenere con altre iniziative le attività. Una importante fonte di entrate sono i contributi derivanti dalla collaborazione con il Comune e il tesseramento

ASSOCIAZIONISMO

L’associazione è una scuola di vita e di relazioni che educa al bene comune e al dialogo rispettoso.

Essere associati significa riconoscere che non si è soli, ma insieme, in buona compagnia, nel cammino della vita. NOI Associazione – APS promuove l’oratorio ed è legata strettamente alla comunità ecclesiale che vive nel territorio dove opera.

IL CIRCOLO

Il Circolo NOI è l’insieme dei soci che fanno capo ad una comunità cristiana, all’interno dell’Oratorio parrocchiale o della Parrocchia stessa. Ogni circolo è autonomo ma sempre fedele alla condivisione dei valori associativi. Inoltre è sempre aperto a tutti coloro che vogliono collaborare a qualsiasi religione appartenga sempre nel rispetto dell’orizzonte cristiano in cui opera il NOI.

UN’ASSOCIAZIONE A MISURA DI PERSONA

La nostra associazione è apolitica, senza fini di lucro, e si propone di indicare e sostenere in campo ecclesiale e civico le istanze degli aderenti ai Circoli negli Oratori. Realizziamo progetti educativi e di formazione integrale della persona, ispirandoci alla concezione cristiana dell’uomo e della vita per tutte le età e non solo per i ragazzi.

UNITI PER SOGNARE IL FUTURO

NOI non è un acronimo. NOI è la prima persona plurale, ma soprattutto è un pronome che ci riguarda: uniti in associazione abbiamo scelto di essere insieme. Crediamo che solo insieme si può crescere, costruire e sognare un futuro per i nostri oratori e le nostre comunità.

I VANTAGGI DI STARE CON NOI

Far parte di NOI Associazione – APS è un’opportunità e ti permette di usufruire di tanti servizi

LEGALITA' Possibilità di accedere a bandi promossi da Comuni, Regioni e Province e di iscriversi al beneficio del 5x1000

CONSULENZA Consulenza gestionale-amministrativa per risolvere le questioni più complesse.

ASSICURAZIONE Copertura assicurativa valida in tutto il mondo durante le attività promosse.

FORMAZIONE Percorsi formativi per garantire un elevato livello di professionalità ai rappresentanti dei Circoli NOI

PRESENTI in 48 province, 46 diocesi, 14 regioni, 1.400 oratori & circoli parrocchiali, 304.000 tesserati, 160.000 ragazzi. 140.000 adulti.

Favoriamo lo stile dell’incontrarsi e del crescere insieme attraverso momenti aggregativi.

Lavoriamo a stretto contatto con la Parrocchia per creare un progetto di educazione e formazione comune, perché NOI siamo la forza dell’insieme.per:

COMUNICARE IL VANGELO E

CRESCERE NEL CONTESTO DELLA PARROCCHIA

Vi aspettiamo numerosi per aderire e vivere insieme una nuova avventura per ragazzi, genitori e tutti coloro che vogliono aiutarci e crescere bene insieme.

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Parrocchia di Cassone

 

S’alza maestosa in mezzo a due file di svelti cipressi, a poca distanza dalla precedente. E sebbene poggi in un piano assai inferiore a quello della prima, tuttavia la sopravanza di parecchio. Fu eretta tra il 1750 ed il 1761 . Ha una navata ottangolare oblunga, il pavimento a mattonelle pressate e granite, il coro sfondato nel lato di mattina e due cappelle nei lati di mezzodì e mezzanotte. Il vôlto a padiglione, costrutto a scandole ed arabescato dal buon pennello Frisoni e Cantoni, con cinque medaglioni rappresentanti i quattro dottori occidentali e la gloria dei SS. Benigno e Caro, è sostenuto da un cornicione e da paraste romane. Tutto l’insieme infonde nel visitatore un senso di devozione. L’altare maggiore è alla romana. Il coro ha buoni affreschi, incorniciati baroccamente tanto nella parete di fondo coi santi in preghiera sotto alla Madonna, quanto nel vôlto a vela coi medesimi in contemplazione e preghiera nella grotta. I robusti banchi di noce sono opera d’un appassionato stipettaio del luogo .
Barocco è l’altare di stucco, che si vede a destra, restaurato nel 1891. La sua tela rappresenta i due santi che trasportano il corpo di S. Zenone, e si vuole di Paolo Caliari detto Paolo veronese. Questa tela fu levata dall’altare del S. Cuore della vecchia chiesa e qui adattata, aggiungendo i versi latini non concordi interamente colla storia nè coi versi dettati dal prof. D. Francesco Manini .
L’altare a sinistra è un glomerato di marmo di Carrara, in cui risaltano quattro colonne corinzie scanellate ed una nicchia quadrangolare con una statua della B. V. del Carmelo. L’iscrizione che si legge nell’attico ricorda l’anno dell’erezione ed il nome di chi lo fece erigere ed istituì la cappellania annessavi, cioè Andrea sac. Gerola, 1842 .
Sopra la porta principale si trova la cantoria e l’organo, costruito nel 1799 ed ora fuori uso. Il campanile, ultimato nella cella campanaria il 1895, porta cinque sonore campane con anormale disposizione tonica, non essendo state fuse contemporaneamente, nè dalla medesima ditta. Non si trova attorno a questa chiesa il nome del massimo donatore, che fu Domenico Patana di Cassone, notaio e cancelliere della Federazione Gardesana. Per la sua generosità fu immortalato con eleganti endecasillabi latini dal celebre prof. sac. Gio. Batta Toblini di Malcesine, che chiude così:
….magna vivo
Hinc laus sit tibi; maior hinc sequetur
Te post funera, ut ora per virorum
Eas innumerabiles per annos  .

Chiesa di S.Stefano Promartire

La chiesa

La demolizione della chiesa primitiva, non mai abbastanza deplorata, ci toglie irreparabilmente il piacere di contemplare quel vetusto monumento, e di leggere nell’architettura, nelle iscrizioni e nei dipinti la sua storia. Anticamente sorgeva qui un tempio pagano, dedicato alla Madre degli dèi, Iside, restaurato al tempo dell’impero romano da G. Menazio Fabio Severo [1]. Certo è che a metà del secolo VIII° esisteva una chiesa col titolo del Protomartire, nella quale, al principio del secolo IX°, per ordine di Rotaldo vescovo di Verona, furono onorevolmente collocati i corpi dei santi eremiti, Benigno e Caro [2]. Non si conoscono però i nomi dei sacerdoti, che la ufficiavano, mentre si sa che nell’anno 844 l’arcidiacono Pacifico possedeva in Malcesine degli ulivi, e nel 932 il diacono Dagilberto delle case [3].

Nel 1023 si trovava in luogo il sacerdote Bruno, con la carica di Vicedomino del vescovo di Verona, Giovanni, ed il diacono Pietro, secretario [4], ma non è segnato l’ufficio che avevano nella chiesa.

Nel 1159 la Pieve era retta dall’arciprete Manfredo con altri sacerdoti e chierici, e le venne riconosciuto la proprietà della cappella di S. Zeno di Brenzone colle sue decime e possessioni, nella cappella di S. Angelo con le sue pertinenze, nella cappella di S. Nicolò, della cappella dei SS. Simone e Giuda e Giovanni evangelista con le sue pertinenze, ed il diritto di percepire annualmente dalla rocca malcesinese un moggio di olio per i luminari [5].

Nel 1197 l’arciprete Vivenzio, il sacerdote Giovanni ed il chierico Aprile, tutti della chiesa di S. Stefano di Malcesine, in nome della stessa Pieve ebbero in locazione perpetua da Ugone abate del monastero di San Zeno di Verona la chiesetta di S. Vito di Brenzone con tutte le sue possessioni, ragioni e pertinenze, posta in contrada detta ai Venti [6], ora Porto.

Nel 1313 l’arciprete Gregorio restaurò la chiesa per ordine del vescovo Tebaldo II°, che in compagnia di Cane della Scala venne a far la revisione dei corpi dei SS. Benigno e Caro ed a riporli in una nuova urna di pietra sotto l’altare maggiore, al quale furono apposte tre iscrizioni in memoria della solennità straordinaria [7]. L’arciprete Tebaldo dei Gaglialberti il 12 ottobre 1336 concedeva a Bortolo Noto di erigere una chiesetta a M. V. in Castello di Brenzone.

Nel 1385 per cura dell’arciprete. fu costruito il portico della canonica, tuttora esistente, con la lapide, che lo ricorda [8].

Da principio la Pieve possedeva 21 porzioni clericali o benefici, che nel 1440, dal pontefice Eugenio IV, furono ridotti a 6, dei quali uno nel 1458 passò in dote alla tesoreria dei chierici, ossia accoliti di Verona [9].

Il 26 marzo 1514 vi predicò il rinomato padre dell’Ordine dei Frati Minori, Bernardino da Feltre, e vi fondò le Confraternite del SS. Sacramento e dei SS. Benigno e Caro. Primi iscritti nell’elenco furono donna Ginevra Lodrone in Miniscalchi e messer Antonio Maria Miniscalchi suo figlio [10], abitatori e proprietari locali.

Fino al 1530 la Pieve di S. Stefano ebbe a sè unito tutto il brenzonese, a cui provvedeva nello spirituale con un rettore, che ufficiava ultimamente nella cappella di S. Giovanni Battista di Brenzone [11]. Questa cappella nel 1532, in seguito alle visite pastorali, veniva eretta in chiesa parrocchiale, sostenuta dalla Pieve con contributo annuo di cere e 150 lire [12]. Da questa nuova parrocchia si staccava più tardi quella di Castelletto (1677) e quella di Castello (1797).

Il pontefice Pio IV, con breve del 16 ottobre 1562, essendo vacante, e con un reddito annuo inferiore a 300 ducati, conferiva la pieve di Malcesine ai Padri Olivetani, perchè vi fondassero un monastero «infirmitatis aut recreationis causa». Vennero questi nel 1563, ma non osservarono l’obbligo contenuto nel breve. Nominavano teoricamente il personale del monastero, ed in pratica mandavano un vicario, eletto da loro ed approvato dal vescovo di Verona [13], e qualche altro religioso. Sulle prime non incontrarono troppa simpatia nel popolo, e per qualche loro imprudenza ebbero delle noie nella visita pastorale del 1567 [14].

Durante questa visita lo stesso vescovo Agostino Valerio, il 23 febbraio, ad istanza degli uomini di Cassone, erigeva quella chiesa in parrocchia, obbligando la Pieve a darle 12 ducati annui: assistevano come testimoni l’ill.mo sig. Giacomo Sansebastiani, Capitano del lago ed il cav. Giacomo  Spolverini [15].

Nel 1729, come se non esistesse altro spazio ove potersi innalzare una nuova chiesa, dietro l’impulso del padre olivetano Mauro Gilardi e con l’elemosine dei parrocchiani, si mise mano a demolire la vecchia. Per non sospendere l’ufficiatura si ricorse all’espediente di abbatterla a porzioni verticali in modo da non demolire la seguente se prima non fosse rifatta l’antecedente. Ciò non ostante avvenne talvolta che le sacre funzioni furono turbate da qualche temporale e dall’acqua che vi calava [16].

Dopo circa 10 anni di lavoro la parte principale era compiuta, cioè i muri perimetrali, il tetto, il volto ed anche il campanile [17].

Del tempio primitivo non ci pervenne alcuna descrizione, nè alcuna pianta. Un estensore di alcune note scrisse soltanto che «era piu degno ricettacolo delle fiere che del Dio del cielo»[18].

Un disegno del lago, eseguito su pergamena nel secolo XV, nel punto di Malcesine, oltre la rocca ed il palazzo, con leggere linee raffigura la chiesa col portico ed il campanile cuspidato, elevantesi a mezzodì[19]. Il verbale della visita pastorale del 21 febbraio 1567 riferisce che in essa esistevano sette altari, cioè l’altare maggiore, l’altare della B. V. Maria, l’altare di S. Orsola, l’altare della B. V. M. e di S. Rocco, l’altare di S. Antonio abate e S. Giacomo maggiore, l’altare di S. Pietro e l’altare di S. Croce[20]. La convenzione del 4 dicembre 1679 tra la comunità e D. Massimiliano Poli attesta che esisteva anche l’organo[21]. A ricordo dello scomparso edificio ci restano soltanto alcuni frammenti. Un frontespizio di ciborio, uno stemma scaligero ed un acroterio, incastonati nei muri dell’orto della canonica. Un fusto di colonna in marmo greco, sorreggente la croce ferrea in Pisor. L’urna dei SS. Benigno e Caro, murata nell’oratorio presso l’altare dalla parte dell’evangelo. Alcuni coperchi di tombe nel pavimento della porta della sacristia e del battistero. La vasca del battesimo. Ed alcuni capitelli di colonne a vario stile, usati ora come piedistalli per i gonfaloni.

Il 26 agosto 1766 fu demolito il vecchio altare maggiore e nel suo luogo fu costruito il presente, senza trono per l’esposizione del SS. Sacramento.

Una ducale da Venezia, in data 17 settembre 1768, ordinava che tutti i religiosi aventi cura d’anime e residenti fuori del loro convento dovessero ritornarvi entro 6 mesi. Dietro a tale ordine il 7 marzo 1769 i padri olivetani lasciarono la parrocchia[22], e questa venne affidata alla cura dei sacerdoti secolari, i quali vi durano tuttora.

Il beneficio parrocchiale durante la dominazione veneta consisteva in un quarto delle decime d’uliva, d’uva e di frumento, non solo del comune di Malcesine, ma anche di Brenzone, con molti livelli in olio e col diritto di un quarto della barca corriera, che faceva servizio pubblico sulla riviera gardesana da Malcesine a Lazise e viceversa [23].

Il 1 di ottobre del 1769, tre anni dopo la commissione, fu inaugurato l’altare mediano laterale a destra. È costruito in stile barocco con pregiatissimi marmi di Carrara, africano, lapislazzoli, a quattro colonne, ornato con fiorami, quattro angeli, una pala di Felice Boscaratti, e un’urna a guisa di grande tabernacolo. Costò 24 mila troni [24]. Fu fatto a spese della compagnia dei SS. Benigno e Caro per collocarvi i corpi dei medesimi, custoditi fino al 1766 sotto l’altare maggiore, allora rinnovato. Nel 1771, per cura del comune, che spese 500 ducati, sorse a sinistra, di fronte al predetto, l’altare della B. V. delle sette allegrezze[25]. È quasi eguale, ma più appariscente per vivacità dei colori dei marmi. Fino al 1797 vi fu annesso la confraternita della gioventù femminile con regolamento somigliante a quello dell’odierno Oratorio[26]. Nelle altre cappelle minori si erano già accomodati provvisoriamente la maggior parte degli altari vecchi. A quello della B. V. Addolorata era annesso un legato con un capitale di ducati 700 dal grosso, istituito il 17 maggio 1738 dal sig. Paolo Benedetti fu Giovanni da Malcesine, con obbligo alla Compagnia della Madonna Addolorata di far celebrare quivi 84 Messe in perpetuo, nei giorni festivi, dopo la Messa parrocchiale[27]. A quello di S. Antonio abate e S. Giacomo detto il maggiore era unito una cappellania, fondata il 12 luglio 1439 dal sig. Giovannino fu Antonio, detto Dondoi, per mantenere in perpetuo un sacerdote, che vi celebrasse la Messa per l’anima sua e per quella dei suoi defunti[28]. Così pure era connessa, come oggidì, all’altare della SS. Triade una cappellania comunale, istituita il 2 settembre 1652 dal sac. Novello Grandi[29].

Dopo d’aver risolte e superate parecchie difficoltà, la vigilia del S. Natale del 1796 si aggiunse all’altare maggiore il trono marmoreo per esporvi il SS. Sacramento. La spesa occorsa fu di troni mille, elargiti da Andrea Benamati, detto Sia [30]. I banchi del coro ed altri mobili di chiesa e di sacristia si erano già provvisti col danaro ricavato dalle donne, filando di festa per i mercanti di Salò [31]. Nel 1822 fu costruito un nuovo organo nella tribuna sopra la porta laterale, dal lato dell’epistola, e fungeva da cantoria la tribuna di fronte. L’uno e l’altra nel 1852 passarono sopra la porta maggiore, disparvero così le quattro tribune, e le statue dei SS. Benigno e Caro occuparono le due nicchie del coro [32].  Si lastricò il pavimento e si costruirono i panchi. Nel 1860 si fornì il campanile con cinque sonore campane, uscite dalla fonderia Pietro Cavadini di Verona, concertate in mi bemolle maggiore. Furono pagate dai contadini col denaro acquistato cogliendo l’uliva nei giorni di festa. Nel 1869 venne allargata la reza o piazzale della chiesa, asportato il terreno dell’antico cimitero, e vestita con forma architettonica la facciata della chiesa, dalla cima fino poco sotto le nicchie; tredici anni dopo le fu aggiunto il basamento e raddrizzati i gradini. Nel 1907 si eresse il nuovo altare della Madonna Addolorata, ed il vecchio completato passò di fronte, nella cappella della SS. Trinità. Nel 1913 venne finalmente decorata dagli artisti Trentini e Castagna. Fu detto da intelligenti che in tutto il complesso è bellina e graziosa, merita quindi una rapida visita.

 

[1] Iscrizione riportata nel cap. II, ed App. iscr.

[2] BIANCOLINI. « Chiese veronesi », lib. II°, p. 469-476 – Arch. Com. Malc. «Libro Memorie», p. 66. Ricognizione vescovile delle reliquie dei SS. Benigno e Caro del 12 ottobre 1769. – Appendice doc.

[3] Bibl. Cap. Ver. M.s. 598: «Index topograficus ecclesiarum etc. », Muselli. Vol. E-M, pag. 551.

[4] Ant. Arch. Ver. – Osp. Rot. 25. – App. doc. die marc. 1023.

[5] Ant. Arch. Ver. – S. M. in Org., rot. 96. – App. doc. 14 genn. 1159.

[6] BIANCOLINI. « Chiese Veronesi », lib. III°, p. 288. Notiamo spiacenti che la detta chiesetta fu demolita l’agosto del 1927 per edificarvi una casa.

[7] BIANCOLINI . « Chiese Veronesi », lib. II°, p. 475-476. PIER ZAGATTA . « Cronica della città di Verona », ed. 1747, parte Iª, pag. 71. – App. iscr.

[8] Appendice iscrizioni.

[9] F. UGHELLI. « Italia Sacra », vol. V5, col. 671 ; col. 769 e 942.

[10] Notato nel lib. « Tavolette » scomparso nel 1797. – Can. MARAI. « Vita dei SS. Benigno e Caro », ed. 1769, pag. 87. – Arch. Com. Malc. « Libro Memorie », pag. 229 e ss.

[11] Arch. Curia Vesc. Verona. « Visitationum Ecclesiarum Veron. », lib. I°, fol. 93, lib. VI°, fol. 28, ov. p. 53.

[12] Arch. Curia Vesc. « Vis. Eccl. Ver. », lib. VII° fol. 165, vedi App. IV. Non sappiamo a quali autorevoli documenti si appoggi lo « Stato Personale del Clero della Diocesi di Verona » per dire che la chiesa di S. Gio. Battista di Brenzone è parrocchia nel 1460, e per mutare nel 1928 il rect. in arch.; così pure l’opuscolo « Verona ed il lago di Garda » 1928, compilato dalla « Sezione Veneta e del lago in Verona », per stampare, p. 48: « S. Giovanni di Brenzone, ov’è l’antica pieve ».

[13] BIANCOLINI, op. cit., lib. V°, pag. 10. – Ant. Arch. Ver. – S. M. in Org. Busta Malcesine, IIª, lib. n. 365.

[14] Arch. Curia Vesc. Ver. « Vis. Eccl. Ver., lib. XIII°, p. 124 e ss. – App. doc.

[15] Arch. Curia Vesc. Ver. « Vis. Eccl. Ver., lib. XIII°, p. 166, 167. – App. doc.

[16] Arch. Par. Malc. Registro Morti n. 4, in fine; Busta Att. Vesc.

[17] App. iscrizioni. – Ant. Arch. Ver., S. M. in Org., B. Malc., IIª, lib. 50, p. 30.

[18] Arch. Par. Malc., Reg. Morti, n. 4, in fine.

 

[19] Bibl. Com. Ver., Carta topogr. del lago Benaco.

[20] Arch. Cur. Vesc. Ver., « Vis. Eccl. Ver. », lib. XVIII°, p. 28. – App. doc.

[21] Arch. Com. Malc. « Libro istromenti », fol. 14. – App. doc.

[22] Arch. Par. Malc., lib. Battezz., n. 11, p. 221.

[23] Arch. Par. Malc., lib. Battezz. n.13, p. 20 – Ant. Arch. Ver., S. M. in Org., B. Malc. Iª, lib. 337.

[24] Arch. Com. Malc., « Lib. Memorie», pag. 2. – Appendice iscrizioni.

[25] Arch. Com. Malc., « Lib. Memorie», pag. 61. – Appendice iscrizioni.

[26] Ant. Arch. Ver., « Compagnie soppresse dai francesi». Malcesine, altare delle Sette Allegrezze.

[27] Come sopra, altare dell’Addolorata.

[28] Come sopra, altare di S. Antonio ab. a S. Giocomo.

[29] Arch. Com. Malc., « Lib. Memorie», pag. 18.

[30] Arch. Par. Malc., « Lib. Battez. », pag. 12, ult. c.

[31] Arch. Par. Malc., « Lib. Morti », n. 4, ult. carte.

[32] Arch. Par. Malc., « Lib. Anagrafe 1800-1868 », ulti carta.

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Chiesa dei Ss. Benigno e Caro detta della Disciplina

La chiesuola, situata tra le case nella parte più alta della borgata, è a navata unica con volta a botte. L’unico altare, in marmo rosso e bianco di stile barocco, custodisce un antico crocifisso. In origine si trovava al centro del presbiterio, ma nel 1784 fu spostato in fondo per far spazio ai 140 confratelli.

 

Sulle pareti laterali si trovano affreschi della Trasfigurazione e dell’Ultima Cena. Sopra la porta del campanile è collocato un dipinto rinascimentale anonimo che raffigura i santi Benigno e Caro mentre ridonano la vista a Bartolomeo Fioravante; la scena è riprodotta in piccolo sotto la finestra e accompagnata da un altro episodio leggendario dei santi.

 

Il medaglione sopra l’altare, con i due santi in adorazione del SS. Sacramento, è opera di Bernardino Casari (fine XVIII secolo), mentre le decorazioni restanti sono di Giuseppe Martini, pittore dilettante locale. Una porta laterale conduce alla sacrestia, piccola e umida perché sotto il livello del suolo.

 

L’origine della chiesa è ignota, ma è documentata dal 1532 come luogo di grande devozione con un sacerdote stabile. Oggi ospita la Compagnia dei Rossi (Confraternita del SS. Sacramento), unica confraternita sopravvissuta alle soppressioni napoleoniche.

 

Il campanile è piccolo, quadrato e cuspidato con guglie agli angoli. La facciata semplice presenta una finestra centrale, due nicchie con statue dei santi titolari e una porta sopra due gradini. Ancora visibili sono i ferri che un tempo servivano per sostenere la tenda del piazzale durante la festa patronale.

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Eremo dei ss. Benigno e caro

Questo eremo sorge in luogo alpestre, orrido e solitario sopra Cassone. Per accedervi da Malcesine occorrono tre ore di faticoso cammino. Fu costruito in varie riprese, secondo le forze finanziarie di chi pietosamente se ne curò. L’edificio offre nulla di attraente. L’asse maggiore volge da mezzodì a settentrione. La metà della facciata è investita da fabbricato rustico. Sopra la navata (circa m. 6 x 12) incombe un liscio vÔlto a cantinelle. Un altro, più stretto e basso, opprime il presbiterio e l’altare. Ai lati di questo, due porticine mettono nel coretto semiottagonale. La luce entra soltanto da sera attraverso piccole finestre rettangolari. A mattina, nell’angolo esterno, formato dal presbitero e dal sopravanzo della navata, sorge il campaniletto alto circa 7 metri, con finestre arcuate, coperto con tetto a quattro falde.

Nonostante la sua povertà, è abbastanza celebre, perché si trova in luoghi abitati da santi, e perché sotto l’altare vi sono deposti corpi di santi. La tradizione consegnata alla storia in un codice del sec. XI° ci dice che tra queste rupi, « latibulum in eminenti specula situm, angusto et periculoso calle. » tra l’VIII° e IX° sec. condussero vita eremitica i Santi Benigno e Caro, noti nella storia per la traslazione del corpo di S. Zenone, fatta a Verona nell’807[1]. Morti che furono il vescovo Rotaldo ordinò che fossero onorificamente sepolti nella chiesa di S. Stefano di Malcesine, ed egli stesso li suggellò e pubblicamente li proclamò degni di culto liturgico. Lo ricorda l’iscrizione posta sul loro sepolcro nel 1310, e lo rammenta il documento della ricognizione delle ossa, fatta dal vescovo Nicolò Antonio Giustiniani il 12 ottobre 1769[2].

La locale tradizione riferisce che oltre, i detti santi, vissero santamente tra queste rocce altre persone e precisamente una, chiamata Oliveta. Costei è ricordata in una iscrizione latina, che esisteva sulla pala o quadro dell’altare demolito nel 1765, e raccolta e messa in atti dal notaio Turazza[3]. L’iscrizione, tradotta in lingua volgare, dice: «All’infanzia di Gesù Cristo, a S. Zenone vescovo di Verona, ai SS. Caro e Benigno ed Oliveta, fratelli, abitatori di questo eremo, dedicò Francesco Capello veronese, l’anno del Signore 1504 »[4]. Non è chiaro in qual senso si debba intendere che Benigno e Caro ed Oliveta fossero fratelli, se di sangue o di religione eremitica. Pare che si debba inclinare più nel secondo e non nel primo, perché i documenti antichi riferentisi ai santi non fanno parola di Oliveta, ed anche perché D. Antonio Pighi, nelle note apposte ai cenni di D. F. Chincarini[5], dice che Oliveta visse nel 1200, cioè 400 anni dopo di loro. In questo caso diventerebbe una fiaba secentesca l’accusa che ebbero i Santi per Oliveta.

Il 2 luglio 1765, causa la demolizione dell’altare, sospeso dal vescovo Giustiniani, furono scoperte varie cose. Dalla parte dell’epistola si trovò una cassetta contenente un tovagliolo intatto, varie particelle di ossa, cenere, terra e radici. Dalla parte del vangelo una pietra turchina incavata e coperta da tegole, con entro un lume fornito di esca, due pezzetti di pietra verde antico e varie particelle di ossa. Nel mezzo, sotto la pietra sacra, un grosso termine infisso nel pavimento, segnale di un loculo, formato da un lato dal detto termine, e dagli altri con sassi e pietre grosse e rozze « segnate con ziffere non rilevanti ». Il loculo racchiudeva due teste, l’una intiera con denti candidi, l’altra ridotta in parecchi pezzi, ed insieme ad esse, scapole, omeri, cubiti, vertebre, costole, natiche, femori, tibie ed altre ossa[6].

Molti personaggi vennero quassù a venerare il piccolo santuario, e fra questi fu notato un nobile di setta luterana, chiamato Tomaso Antonio Grubmiller, figlio di Vigilio Michelangelo e Catarina di Ursino da Ratisbona, il quale, poco tempo dopo, fece l’abiura dei suoi errori nella chiesa di Rovereto trentino, confessando che il principio della sua conversione lo ebbe dalla visita fatta a questo eremo[7].

L’esistenza di questa piccola chiesa è accertata nel 1320 dal sopraccennato codice capitolare CCIV, e se ne fa menzione nei libri delle visite pastorali, ove si legge che nel giugno del 1532 era sotto la custodia di D. Giacomo, e che nel 1° ottobre 1595 l’eremita Tomaso De Zorzi aveva di essa buona cura[8].

Fra tutti i cultori di questo santuario, merita encomio il Rev. D. Fumiani Gio. Batta, curato e maestro in Malcesine per 50 anni circa[9]. Egli, mediante elemosine elargite dai malcesinesi emigrati negli Stati Uniti d’America, prolungò la tettoia, che teneva il luogo di navata, la foderò con volta a cantinelle, prolungò il coro, lo fornì dei nuovi banchi, provvide gli addobbi e molte sacre suppellettili. Coltivò nel popolo la devozione, svolgendovi delle religiose funzioni, e non fu pago fino a che non salì quassù lo stesso vescovo.

Epoca memoranda nei fasti di questa chiesuola fu e sarà sempre il 16 agosto 1898. Ascese quivi una lunga processione di popolo con a capo l’E.mo Card. Bacilieri, allora vescovo coadiutore, accompagnato da 14 sacerdoti malcesinesi, fra cui mons. Casella, prelato domestico di Sua Santità e D. Antonio Berti, sacerdote novello. Questi cantò la sua prima Messa presente il vescovo ed assistito da due altri sacerdoti novelli, D. Bottura Eugenio e l’autore delle presenti note. La festa è bellamente ricordata in una lapide posta nella parete orientale dalla navata[10].

Per voto comunale, in cui è compresa pure la parrocchia di Cassone, si viene quassù processionalmente due volte all’anno: il giorno di S. Zeno (12 aprile o seguenti) ed il giorno di S. Rocco (16 agosto o seguenti), e parecchie altre volte per implorare da Dio, colla intercessione dei santi, grazie spirituali ed anche temporali, specialmente la pioggia, allorchè la campagna è colpita dalla siccità. E spesso fu notato che quando si salì per impetrare la pioggia, la si ottenne quasi sempre.

 

[1] Bibl. Capit. Verona. Cod. L, cart. 12, v.

[2] Ved. App. iscriz.; Arch. Com. Malc. Lib. Memorie pag. 66 e 227.

[3] Ved. App. iscriz.; Arc. Com. Malc. Lib. Memorie, pag. 48.

[4] Op. cit., pag. 45.

[5] Op. cit. Verona. Gurisati, 1903, pag. 10, n. 2.

[6] Arch. Com. Malc. Lib. Memor., pag. 47.

[7] MARAI.  « Vita dei SS. Benigno e Caro », pag. 100; e TOBLINI LUIGI. « Memorie storiche dei SS. Benigno e Caro ». Milano 1844, pag. 43.

[8] Arch. Cur. Ver. Visite Pastoral., vol. VII°, pag. 213; e vol. XVI°, pag. 252.

[9] Nato quivi il 17 marzo 1831 e quivi morto l’11 novembre 1910.

[10] Ved. App. iscriz.

Oratorio del Castello di Malcesine

Questo Oratorio si trovava nel secondo recinto della fortezza, presso la porta che discende al Lacaor. Aderiva alla mura orientale, su cui si scorgono ancora dipinte le immagini sotto le quali stava l’altare.

Di questo Oratorio si fa memoria nel libro delle Visite pastorali del 30 settembre 1595, in cui si legge: « Il giorno antedetto, il prelodato R.mo Sig.re (Alberto Valerio per grazia di Dio e della Sede Apostolica vescovo di Famagosta e perpetuo coadiutore nel vescovato di Verona) visitò nel Castello di Malcesine l’Oratorio, situato in luogo angusto e indecente e mal tenuto: ha un solo altare affatto nudo e la pala dipinta sul muro è corrosa e non si ravvisano le sue immagini, non esistono paramenti, ma si adopera i paramenti della Pieve. Ordinò: Non si deve celebrare nel sopradetto Oratorio se prima non sia decentemente ornato, e da questo momento viene interdetto ». Non si conoscono altre memorie posteriori a queste. Da quello che ora esiste si ricava che invece di essere decentemente ornato fu demolito per aprire a sinistra la porta col ponte levatoio.

Quale ricordo della sparita cappella rimangono ancora l’affresco corroso, di cui si può vedere al cap. X°.

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Santa Francesca Romane di Navene

Chiesa di S. Maria di Navene

Il sito, a 5 chilometri a nord del capoluogo, quantunque remoto e selvaggio non rimase sconosciuto ed abbandonato, bensì ebbe la sua relativa importanza. Il nome di Navene è preromano . Verosimilmente deriva dall’antico vap’eun, che significa « al principio della valle selvosa ». Giace in vero al piede d’una grande vallata vestita di dense boscaglie; e siede presso le rive del lago, circondato da magnifici quadri romantici. Lo si ricorda in più documenti del secolo XI° a motivo del ripatico, assegnato alla chiesa di Verona  . Fu testimone al passaggio di truppe nel 1284, quando gli Scaligeri occuparono i castelli di Arco e di Riva, nel 1438 quando il Gattamelata furtivamente dal bresciano si ritirò nel veronese, nel 1509 allorchè Massimiliano d’Austria invase tutta la riviera baldense, nel 1701 e 1702 quando i Gallo-Ispani tentarono impedire la discesa in Italia ai Tedeschi, in occasione della successione spagnuola, nel 1796 allorchè una divisione francese fu respinta dalla Bocca di Navene da una legione trentina capitanata da un Bertinelli, nel 1848 e 1866 per le guerre dell’indipendenza italiana, nel 1915-18 quando divenne linea di frontiera e furono ivi piazzate le artiglierie contro le fortezze del monte Rocchetta, di Riva e di monte Brione. Accorsero alle sue spiaggie innumerevoli barche per asportare legne a Riva, a Lazise e a Desenzano.
L’origine della chiesetta va messa dopo la sospensione di quella di S. Marco. La prima sua memoria si trova in un documento del 5 agosto 1659 , in cui si parla dell’apertura della strada in riva al lago, mentre prima passava attraverso il campo Cipriani e sboccava in mezzo alle case, davanti al piccolo capitello, sul vicoletto tuttora esistente. Aveva i suoi massari amministratori . Possedeva un piccolo archivio con registri di entrate ed uscite, una raccolta di documenti e carte, che la riguardavano . Percepiva qualche introito dalle vicine peschiere dei carpioni . Ed ora di tutto non resta che la sola memoria. Al presente è proprietaria d’un piccolo legato, che viene gestito dalla fabbriceria della Pieve. L’edificio è abbastanza bellino e spazioso, messo a confronto coi pochi abitanti della contrada, e supera l’aspettazione del visitatore, abituato ormai a vedere montagne a picco, scoscesi fianchi e vaste selve. La navata (m. 5,70 x 8) è coperta dall’imbotte nascente dal cornicione sostenuto da lesene, ed ha i lati sfondati da due cappelline (m. 2 x 2,90). L’altare maggiore è un bel barocco a stucco, con due colonne grandi liscie e due piccole a spirale, il Padre Eterno ed Angeli nell’attico. L’affresco, scuola Brusasorzi, rappresenta Maria SS. seduta in aria col Bambino tra le braccia, in basso S. Sebastiano e S. Rocco; ai fianchi dell’altare due porte conducono nel coro (m. 2,60 x 5). Gli altari delle cappelline sono in marmo. Quello dalla parte dell’epistola contiene una buona tela, ritenuta della scuola del Guercini: rappresenta S. Francesca Romana, ricevente la regola da S. Benedetto. L’altra tela opposta è meschina e molto malandata e rappresenta: in aria, la Madonna del Carmine, a terra, S. Giuseppe? e S. Eurosia.
Ciascuna tela è fregiata in basso dallo stemma malcesinese, eseguito secondo il capriccio dei pittori, non secondo l’adottato ab antico. La facciata è semplice: due paraste ai lati, un cimitero triangolare, una finestra semirotonda in alto, due quadrate ai fianchi della porta rettangolare sagomata e tre gradini esterni.
Durante la guerra 1915-18 venne adibita ad uso profano e fu molto deturpata. Il piccolo campanile a vela, colpito da una scheggia di granata, crollò da una metà. Fu riparata, ritinta e riconciliata per le Rogazioni del 1919. Vi si celebra la domenica, quando lo consente la disponibilità dei sacerdoti. 
 

Chiesa della Madonna della Fontana

Trovasi ad otto minuti di strada, a mezzodì della parrocchia, sulla via provinciale, presso una sorgente.

Si chiama della Fontana, non solo perché vicina a questa polla, ma più perché nel mezzo del pavimento, poco oltre la porta principale, sotto la pietra rettangolare, alla profondità di 2 metri, trovavasi una prodigiosa piscina. Lo attesta l’attuale sotterraneo, lungo metri 4 circa, largo metri 3 circa, coperto da volto reale a sesto abbassato, con un vuoto di m. 1,20 circa, fornito di due canali scaricatori, l’uno nell’angolo e direzione di maestro, l’altro nell’angolo e direzione di libeccio, col fondo velato da melma screpolata per la mancanza d’acqua.

Da principio esisteva un piccolo Oratorio dedicato alla SS. Vergine, e di recente fabbricato nel 1532 dagli uomini del comune col permesso del vescovo, come è detto nella Visita Pastorale[1].

Nella visita del 1° ottobre 1595 fu trovato ben tenuto e mantenuto con le elemosine dei devoti[2]. Tale era l’affluenza dei fedeli che nel 1600 la comunità fu costretta ad ingrandirlo, erigendo la bella e suntuosa chiesa, che tuttora esiste. Nell’atto costitutivo della cappellania comunale della Madonna della Fontana, scritto il giorno di giovedì, 1 febbraio 1626, da d. Gianfrancesco Rotari, cancelliere della Curia vescovile, si legge il titolo di « Miracolosa Vergine Maria chiamata della Fontana »[3]. L’affresco, veramente, rappresenta la Madonna col Bambino semigiacente sulle ginocchia e col S. Rosario. Le grazie, i favori, i miracoli ottenuti dai devoti, erano attestati dai numerosi quadri votivi, che stettero appesi a queste pareti fino la seconda metà del secolo scorso. Quando l’uno dopo l’altro lentamente scomparvero per alleviare col reddito le angustie del misero sacrista[4]. Ora è deserta e quasi abbandonata. Ciò non ostante merita una occhiata.

La facciata è liscia. Termina con un cornicione sormontato da un frontone e croce ferrea. Nella metà superiore s’apre una finestra semirotonda, sotto cui, fuori delle sue estremità, due finestre lunghe ed arcuate. Nella metà inferiore, distinta dalla superiore con un listello di pietra, a piombo alle due predette, altre due lunghe e rettangolari. In mezzo alle quali sopra quattro gradini esterni s’allarga una bella porta rettangolare in stile barocco, sormontata dallo stemma della comunità e chiusa da battenti specchiati, con bei fiorami in rilievo. Completano i fianchi della facciata due altre porte incomplete, corrispondenti ai cunicoli scavati per togliere l’umidità dell’edificio e per entrare dalle porte laterali.

L’interno ha una sola nave (metri 9 x 18) coperta da imbotte, con piccola sezione a spicchi verso l’altare maggiore, ove s’apre un finestrone semirotondo. Il volto è attraversato da larghe nervature in corrispondenza delle paraste, che sostengono un bel cornicione, privo dell’architrave sopra le cappelle. Il basamento, i capitelli delle paraste, il cornicione, tutti in pietra statuaria, corrispondono armonicamente con tutto il complesso. Oltre la cappellina dell’altar maggiore ve ne sono altre quattro per ogni lato, occupate da sei altari e da due porte secondarie, sottostanti a due tribune, fatte per il pergamo, quella verso l’epistola, e quella opposta per l’organo, lentamente scomparso [5]. La larghezza tra le due porte è metri 13.

L’altar maggiore, che secondo la visita pastorale del 1634 era in venerazione del popolo[6], racchiude dipinta sul muro l’immagine di Maria SS. del S. Rosario, seduta sopra un trono tra S. Giov. Battista e S. Eurosia, e sotto ad essi, aggiunti da altro pennello, S. Domenico e S. Caterina da Siena. Questa aggiunta, probabilmente, si eseguì nel 1702, quando l’altare fu rifatto in pietra dal conte Antonio Guarienti, Capitano del Lago e donato alla comunità, come si legge nell’iscrizione appostavi[7].

L’altare è alquanto grande per la cappella, larga metri 4 e profonda 3. È a questo che v’è annessa la sopraccennata cappellania comunale.

Posteriormente giace, incassato nel terreno, il coro (largh. m. 5,40; lungh. 9,20). In origine era circa la metà, ed illuminato da due sole finestre. Poi, tra il 1692 ed il 1710[8], fu allungato ed illuminato da altre due finestre a spese della Compagnia di S. Domenico, detta anche del Rosario o dei Bianchi, che quivi aveva sede. L’ingrandimento del coro fu fatto per lasciare libera la chiesa ai fedeli, quando la confraternita si adunava pel canto dell’ufficio e per la recita del Rosario. Il 25 luglio 1797 il governo rivoluzionario francese fece chiudere la chiesa, soppresse la Compagnia dei Bianchi, asportò i registri, incamerò tutti i beni, tra cui l’aggiunta al coro, che è tuttora sotto il dominio demaniale [9].

La parte a smusso fuori dei balaustri dalla parte dell’epistola contiene la porta della sacristia e la soprastante nicchia colla statua di S. Caro. Viene poi la cappella con l’altare, dedicato a S. Bartolomeo apostolo ed a S. Carlo. Fu fatto erigere da Luca Tronconi fu Bartolomeo, ed è ancora da finire, come lo era nel 1634[10]. La statua di S. Giovanni Nepomuceno sembra sia stata aggiunta più tardi, perché nella visita dell’anno predetto non si fa alcun cenno a suo riguardo.

Nella terza cappella seguente, essendo la seconda occupata da una porta laterale, v’è rizzato un altare di legno con tela ad olio, rappresentante S. Carlo. Esisteva nel 1634 e ne era proprietaria la nob. famiglia Cristoforo Toblini[11], la quale il 13 giugno 1796, con rogito del notaio Giuseppe Benedetti, accrebbe la piccola cappellania istituita dal comune fin dal 1683[12].

Nella quarta cappella contigua sorge un altare di marmo con tela ad olio, dedicato a D. O. M. alla Vergine Madre di Dio, a S. Francesco d’Assisi e a S. Valentino. Fu fatto erigere nel 1659 da Pio R. Chincarini d’anni 82[13].

La parete a smusso presso i balaustri verso il vangelo contiene la porta del campanile e sopra ad essa una nicchia colla statua di S. Benigno. La cappellina a fianco presenta un altare a stucco in discreto barocco, una buona tela con l’Annunciata dall’Arcangelo Gabriele. Il 25 marzo d’ogni anno, finchè fu festa di precetto, a questo altare si cantò la Messa. E fino al 1914, per legato fondato nel 1675 dal sac. Gio. Batta Zorzi, venne estratta la grazia per una nubenda[14]. Nel 1915 questa grazia con decreto legge fu stornata ad altri scopi.

La terza cappella su questo lato, essendo la seconda occupata dalla porta, conteneva essa pure fin dal 1634 un altare di legno da poco crollato. Ora conserva soltanto la discreta tela del pittore Nicolaus Cristani. In essa v’è figurato in alto: la Madonna pregante il suo divin Figlio, che, mosso dalle preghiere della Madre, si lascia cadere di mano le frecce o castighi che voleva scagliare sul mondo: castighi che tosto vengono spezzati dagli angeli circostanti; in basso, a sinistra, sta S. Nicolò da Tolentino, religioso eremitano, a destra San Rocco protettore contro la peste.

L’ultima cappella attigua è occupata da un altare di marmo con tela ad olio. È dedicato a D. O. M., a S. Antonio patavino con S. Francesco d’Assisi e San Francesco da Paola. Fu eretto nel 1655 a spese di Gio. Batta Maffei fu Bartolomeo, detto Devai[15], che vi unì una cappellania comunale con atto del notaio Gelmetti, 16 maggio 1663. Sulle pareti laterali di questa cappella troviamo due vecchi affreschi rimessi entro cornici di pietra (m. 1 x 0,60). Forse avanzi del primiero Oratorio. Dalla parte dell’epistola è raffigurato un sacerdote completamente parato per celebrare la S. Messa (S. Valentino?). Dalla parte opposta un frate domenicano (S. Domenico?).

Sopra la porta maggiore è appesa una bella tela rappresentante il penitente re Davide, assolto dal profeta Natan. La pila dell’acqua santa, in marmo giallo, lavoro barocco, con lo stemma del municipio nel zoccolo, che sorge quasi nel mezzo della nave, è piuttosto un ingombo ed un di più, esistendo sei lavelli fissi presso le porte.

Il coevo campanile, incastrato negli speroni dell’edificio, è a base semi-quadrata. La cella campanaria nei lati minori s’apre con una finestra arcuata, nei lati maggiori con due. È fornita d’una sola campana fusa da Cavadini di Verona nel 1888 quando si ruppe la precedente.

La chiesa, con tutte le adiacenze, già in disordine, fu occupata e sciupata ancor più durante la guerra 1915-1918. Venne rinnovato il pavimento nel coro, riparate le scrostature, ridate le tinte e restituita al culto per la prima domenica d’ottobre del 1923. Vi si canta la S. Messa la festa di S. Marco, il primo giorno delle Rogazioni, il giorno di S. Antonio di Padova, il dì di S. Eurosia, la prima domenica di ottobre e quando la richiedono i devoti.

 

 

[1] Arch. Cur. Verona. Visite pastorali, vol. VII°, pag. 213.

[2] Arch. Cur. Verona. Visite pastorali, vol. XVI°, pag. 253.

[3] Arch. Com. Malc. Lib. Memorie, pag. 7.

[4] Uno di questi quadri votivi si trova a Cassone nella casa di Valenti Pietro detto Camilet.

[5] Per la stessa ragione dei quadri votivi.

[6] Arch. Cur. Ver. Visit. pastorali, vol. XX°, car. 201.

[7] Vedi App. iscrizioni n. 62.

[8] Le date sono state segnate nell’intonaco fresco.

[9] Ogni qual tratto di tempo viene messo all’asta.

[10] Arch. Cur. Ver. Visit. pastorali, vol. XX°, car. 201

[11] Come nota 10.

[12] Arch. Com. Malc. Lib. Memorie, pag. 302.

[13] Ved. App. iscrizioni n.61

[14] Arch. Com. Malc. Lib. Mem., pag. 34. Statuto organico della Congr. Carità di Malcesine, pag. 7.

[15] Ved. App. iscrizioni.

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Chiesa di San Michele

La chiesuola, È posta nella parte più alta delle Vigne, sotto la Cô omonima, presso la Val Ciasera, e partendo dal capoluogo vi si arriva dopo una buona ora di salita. Nulla v’è di elegante, tutto rustico all’esterno e, quello che vi è di nuovo nella facciata e nell’interno, fu eseguito nel 1908. In origine v’era una rozza cappellina di un’area m. 8,70 x 4,90, coperta a tettoia, con abside nel lato orientale, con pavimento molto inclinato verso la semplicissima facciata, con porta rettangolare e finestrella soprastante. Il campanile quadrato, nato colla chiesa, nell’angolo dell’evangelo, porta ancora nella cella campanaria le bifore con rozzo pilone e termina con piramide quadrata in vivo.
Il papa Adriano IV, nel breve del 14 gennaio 1159, riconobbe la chiesa di S. Angelo con le sue pertinenze quale proprietà della Pieve di S. Stefano di Malcesine . Ne parlano i libri delle visite pastorali del 1529, 1532, e nel 30 settembre 1595 si dice che non ha alcun reddito né vi si celebra, perché ricettacolo d’animali . Più tardi venne pulita, riconciliata ed ornata d’un secondo altare posto a ridosso del campanile e dedicato a Maria SS.. Romani Prudenzio fu Michelangelo, con testamento del 13 maggio 1704 gravava il suo erede universale del legato di far celebrare tre Messe ogni anno nel mese di settembre, nella chiesa di S. Michele all’altare della B. V. Maria .
Nel 1757 il Romitorio di S. Michele percepiva un canone dal levatario del bosco comunale soprastante . Fu una delle chiesette fatte chiudere dal governo francese il 15 luglio 1797 .
Nel 1908 fu restaurata ed allungata. Cioè all’angolo del campanile, ingombrante la chiesa, fu alzato un muro parallelo alla facciata, costituendo così un piccolo coro colla vecchia abside; l’aula fu allungata di metri 2,20, rifacendo la facciata con porta rettangolare e finestra rotonda; tutta l’area fu coperta col soffitto piano; appianato il pavimento e lastricato con mattonelle pressate di cemento; ricostruito un solo altare di pietra con due colonne, trasportato dalla parrocchia quando fu rinnovato l’altare della SS. Triade. Il 24 maggio 1915 passò ad uso profano e fu riconciliata il mese di maggio 1919. Vi si celebra il terzo giorno delle Rogazioni, il 29 settembre e quando i devoti lo richiedono.

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Chiesa dei Ss. Nicolò e Rocco presso la piazza del Porto

La chiesuola fu fabbricata poco prima del 26 dicembre 1647 da Giorgio Zorzi, sopranominato Mezeta, abitante nella casa contigua sulla via, che anche al presente è detta dal volgo « Contrada del Mezeta ».

V’è annessa una cappellania comunale, istituita dal medesimo con atto notarile rogato da Calderari sotto la datta su riferita. Il capitale in origine eguagliava 1665 ducati, pari a L. 30469,50, coll’obbligo di 6 Messe alla settimana, e nel 1647 era ufficiata da un religioso.

La chiesa ha una sola nave coll’imbotte tagliato da un arco in dirittura delle due lesene ai lati dei gradini dei balaustri, che mancano. L’altare, aderente al muro di sfondo, porta due colonne e due cariatidi, e nell’attico lo stemma della famiglia. La tela, d’autore ignoto, rappresenta S. Nicolò vescovo di Bari, protettore dei naviganti, S. Antonio di Padova e S. Rocco, protettore contro la peste. La parte del volto sopra l’altare e l’altare stesso sono ornati da stucchi e pitture, eseguiti da Bernardino Casari, artista di qui. Nel mezzo del pavimento presso la porta giace la sepoltura di famiglia, coperta da una pietra lavorata e mezzo rilievo con una cornice all’intorno che chiude lo stemma ornato col capitello di protonotario apostolico e l’iscrizione riportata in Appendice. La sepoltura fu fatta eseguire nel 1653 dal figlio D. Gio. Batta Zorzi, dottore nei due diritti, protonotario apostolico e fondatore del legato Zorzi, amministrato ora dalla locale Congregazione di Carità. La chiesetta non ha tetto proprio, perché sostiene locali di proprietà privata. Il campaniletto è a vela, cioè un semplice muricciolo traforato da un arco, coronato da piccoli merli e croce in vetta. La facciata è semplice: un cornicione sorretto da due paraste e sormontato da attico triangolare, una finestra semirotonda e una porta rettangolare sagomata.

Orari messa
30
31
8:00
s. Messa a Cassone
1
20:00
s. Messa in Quaresima
+ altri 1
2
8:00
s. Messa a Cassone
+ altri 2
3
15:00
AZIONE LITURGICA DELLA MORTE DEL SIGNORE
+ altri 2
4
Giorno (1/2)
SOLENNE VEGLIA PASQUALE
+ altri 3
5
Giorno (2/2)
SOLENNE VEGLIA PASQUALE
+ altri 4
6
7
8:00
s. Messa a Cassone
8
20:00
s. Messa in Quaresima
+ altri 1
9
8:00
s. Messa a Cassone
10
20:00
s. Messa in Quaresima
11
18:30
s. Messa
+ altri 1
12
8:00
s. Messa
+ altri 3
13
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s. Messa in Quaresima
+ altri 1
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20:00
s. Messa in Quaresima
18
19:00
s. Messa
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8:00
s. Messa
+ altri 2
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20:00
s. Messa
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s. Messa
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s. Messa
+ altri 2
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s. Messa
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s. Messa
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s. Messa
+ altri 2
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s. Messa
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s. Messa
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s. Messa
+ altri 2

Bollettino Parrocchiale

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Eventi 

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    ven 17 apr
    Via Parrocchia, 14
    17 apr 2026, 20:00 – 18 apr 2026, 00:00
    Via Parrocchia, 14, Via Parrocchia, 14, 37018 Malcesine VR, Italia
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    sab 18 apr
    Via Parrocchia, 14
    18 apr 2026, 19:00 – 23:00
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    dom 19 apr
    Via Parrocchia, 14
    19 apr 2026, 08:00 – 8:05
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    dom 19 apr
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    gio 09 apr
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  • 03 apr 2026, 15:00 – 15:05
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    02 apr 2026, 20:00 – 20:05
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  • Date multiple
    ven 27 mar
    Via Parrocchia, 14
    27 mar 2026, 18:00 – 18:05
    Via Parrocchia, 14, Via Parrocchia, 14, 37018 Malcesine VR, Italia
  • mar 10 feb
    Stati Uniti
    10 feb 2026, 19:00 – 23:00
    Stati Uniti, Stati Uniti
    ciao
  • gio 29 gen
    Canada
    29 gen 2026, 19:00 – 23:00
    Canada, Canada
    messa
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Parrocchia di S.Stefano Promartire

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